Shiva

shiva-620x350

SHIVA – NATARAJA

Shiva fra le deità del pantheon indiano è una delle più importanti, più antiche e più complesse. Trattare questa immagine del Divino in maniera esauriente è estremamente difficile, perché nei diversi culti assume diversi significati o aspetti. Egli è insieme il distruttore e il restauratore, il primo degli asceti e il simbolo della sfrenata sensualità che turba le mogli degli asceti della foresta, è un benevolo pastore di anime e un pericoloso tentatore, è l’infanticida che uccide il figlio che la moglie Parvati ha creato dagli umori del proprio corpo, affinché ci sia qualcuno che tenga lontani i disturbatori, ma è anche quello che lo risuscita, una volta compreso l’errore, donandogli al testa di elefante e così la sapienza. Alcuni studiosi hanno visto nella sua figura la tipica tendenza nell’Induismo di racchiudere in un’unica figura ambigua delle qualità complementari. Shiva rappresenta nei vari culti vari aspetti del Divino attraverso molteplici forme: lo vediamo in un pacifico ambito familiare con la consorte Parvati e il figlio Skanda; come danzatore cosmico (Nataraja); come asceta nudo e solitario, come mendicante; come yogi; come unione androgina con la sua consorte in un unico corpo, mezzo femminile e mezzo maschile (Ardhanarishvara). Viene spesso identificato con la Divinità vedica Ruda: il Terribile. Egli è anche Hara (“Colui che ottiene”, cioè il tempo, o Bharava: “lo Spavento” dai sessantaquattro aspetti. Gli epiteti più diffusi per indicarlo sono: Shambhu (“Benigno”), Shankara (“Benefico”), Pashupati (“Signore degli Animali”), Mahesha (“Grande Signore”), and Mahadeva (“Signore Supremo”).

A seconda del culto in cui viene rappresentato Shiva, nella sculture e nelle immagini, è di color bianco o del biancastro colore delle ceneri, con il collo blu (perché bevve il veleno di Vasuki per evitare la distruzione dell’umanità). I suoi capelli sono arrotolati e raccolti (jatamakuta) sulla somità del capo, adornati con la luna crescente e il fiume Gange (per ricordare come attenuò la caduta del Gange sulla terra). Ha quattro o cinque o tre occhi, con il terzo a simboleggiare la conoscenza interiore, ma capace di distruggere col fuoco ogni cosa quando rivolge o sguardo verso l’esterno. Gli Shivaiti lo raffigurano con la fronte solcata da tre linee orizzontali. Indossa una ghirlanda di crani umani e un serpente circonda il suo collo.  Ha due o quattro mani che impugnano un tridente, un piccolo tamburo, una pelle di daino, un mazza con un cranio all’estremità, un’ascia o un fulmine. Talvolta indossa dei serpenti come bracciali. La cavalcatura di Shiva, nonché l’animale a lui dedicato è il toro, Nandi.

Come molteplici sono le forme di Shiva, così molteplici sono le sue divine consorti: Uma, la benefattrice; Sati, la sposa che si getta nel fuoco durante il sacrificio officiato dal proprio padre, Daksha, reo di avere escluso Shiva dai sacrifici per il suo aspetto dimesso e da asceta;  Parvati, figlia dell’Himalaya; la nera Kali, la distruttrice; la Bhairavi e Durga . Spesso viene indicata come sua consorte l’aspetto supremo femminile del Divino, Shakti. La coppia divina, insieme ai figli (Skanda dalle sei teste e Ganesha dalla testa di elefante), vive sul Monte Kailasa nel massiccio dell’Himalaya.

Il linga o fallo, è il simbolo per eccellenza di Shiva, venerato come emblema dell’energia creativa. Il linga è il maggior oggetto di venerazione nei templi Shaiva e domestici in giro per l’India. La yoni, che è il simbolo dell’organo sessuale femminile (e quindi della Divinità Suprema femminile Shakti, consorte di Shiva), spesso costituisce la base del linga eretto. I due vengono venerati insieme per ricordare ai devoti che il principio maschile e quello femminile sono comunque inseparabili, e che solo insieme possono rappresentare la totalità della manifestazione nel molteplice.  La venerazione del linga viene officiata attraverso l’offerta di fiori freschi, acqua pura, infiorescenze, frutta, foglie e riso essiccato al sole.

Nel culto di Shiva Nataraja, il dio è immaginato danzante nell’eterno presente, è la sua danza che manifesta l’universo, lo preserva e lo dissolve, e all’interno di questo ciclo Shiva manifesta anche il ciclo samsarico delle continue reincarnazioni. Lo scopo stesso della danza è la liberazione dell’uomo dall’identificazione col mondo della percezione (ignoranza metafisica o avidya), e il luogo dove questa danza deve compiersi, Chidambaram, chiamato il centro dell’universo, è proprio il cuore, il centro dell’uomo, la sua interiorità.

La mano destra inferiore di Nataraja regge il dammaru (un piccolo tamburello), la mano destra superiore è nella posizione del abhaya-mudra (il gesto di  rassicurazione, con il palmo in fuori e le dita che puntano in alto). La mano sinistra inferiore regge il fuoco, agni, in un piccolo contenitore o direttamente nel palmo della mano.

Liberamente tratto dal sito http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/Religioni/Induismo/

Lasciaci un commento

comments


Categorie: Yoga Hatha