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“Quando qualcuno danza questo è considerato un atto rituale di adorazione della divinità; gli dei sono compiaciuti di tale atto più delle offerte di fiori e delle oblazioni. Colui che adora Dio con nritya ottiene la realizzazione di tutti i desideri e il sentiero del moksha.”

( Vishnudharmottarapurana )

Nella tradizione indiana la danza ha origine direttamente dal Signore Shiva Nataraja che, con la sua danza, crea tutto l’universo. Shiva Nataraja, nella sua forma di grande yogi e danzatore supremo, con la danza tandava, rappresenta la dinamica dell’energia cosmica, simbolo dell’eterno ciclo della creazione e conservazione, dissoluzione, trasformazione e redenzione (moksha).

In tutti le religioni sviluppatesi in India (Induismo, Buddhismo, Jainismo e Sikhismo), sia la musica, sia la danza hanno un ruolo fondamentale nell’esteriorizzazione della devozione. Sono inizialmente i saggi  e veggenti a diffondere di città in città la pratica dei canti e della danza, come rapporto diretto con la divinità.
La caratteristica della danza classica indiana è quindi il suo carattere sacro, il suo rappresentare il rapporto fra l’uomo e Dio.

Secondo i testi antichi “i piedi tengono il ritmo, le mani raccontano la storia, il volto esprime le impressioni e le reazioni alla storia raccontata dalle mani”, mentre la storia è affidato alla voce del narratore/cantante, che siede al lato della scena con i musicisti (solitamente un tamburo, uno strumento a corde, un flauto e cembali). Si trtta quindi di un’arte totale che coinvolge corpo (angika), voce (vacika), costume e trucco (aharya) nonchè l’elemento psicologico e l’atteggiamento interiore (satvika). Le mani raccontano grazie agli hasta mudra ( dal sanscrito: “ posizioni delle mani”, conosciute anche nello yoga ), un vero e proprio vocabolario gestuale, il volto narra tramite l’abhinaya (recitazione), ossia la traduzione mimica del testo e lo stato d’animo trasmesso dalla danzatrice (bhava) trasmette allo spettatore i sentimenti legati alla storia (rasa). Le storie narrate sono tratte dal ” Mahabarata “, dal  ” Ramayana ” e dai ” Purana ” ove si rappresentano le lotte fra i deva (dei) e gli asura (demoni) e gli incontri fra gli uomini e gli dei.

Il più antico testo sulla danza classica indiana è il Natya Shastra, scritto dal saggio Bharata, sulla base di quanto gli è rivelato, in uno stato di profonda meditazione, direttamente da Brahma, il Creatore. Anche se, nella tradizione moderna, la danza classica indiana viene rappresentata fuori dal tempio, l’essenza della bhakti o devozione è rimasta invariata ed è la caratteristica che accomuna tutti i differenti stili : Bharathanatyam, Kathakali, Kuchipudi, Odissi, Kathak, Manipuri che, pur basandosi tutti sul Natya Shastra, si differenziano a seconda delle regioni nelle quali si sono sviluppati.

In maniera diversa, questi stili di danza  propongono adavus (passi di danza), jathis(combinazione di passi) e teermanams (conclusioni ritmiche), noti alla danza occidentale. In tutti gli stili l’attore-danzatore è chiamato a rispettare regole codificate molto precise, relative non solo allo spostamento nello spazio ma anche alla capacità di raggiungere pose molto stabili (come avviene nelle asana dello yoga), raramente ricercata nelle danze occidentali.

Tutti  gli spettacoli di classica indiana si presentano come un alternarsi di movimenti dinamici e pose statiche, in cui il volto, marcatamente truccato, è molto espressivo, come nel teatro o nel mimo. Vi è una grossa varietà di movimenti del collo, delle anche, di posizioni dei piedi e delle mani. Nel Bharatanatyam, una delle danze più antiche, originaria del Tamil Nadu, il movimento della danzatrice nello spazio avviene principalmente lungo linee rette o triangoli, con grande attenzione per la precisione delle linee, la nitidezza delle forme, attraverso movimenti angolari e simmetrici, che sembrano alla ricerca di una geometria perfetta.

Se il carattere sacro della danza è indubbio, evidente anche dalle rappresentazioni  negli antichi templi, è difficile datarne con esattezza le origini storiche. Le raffigurazioni più risalenti sono probabilmente quelle dei dipinti murali dei templi di Mohenjodaro ove è raffigurata una danzatrice e quelle di Harappa, ove è dipinto un torso acefalo, in una posa danzante. Molto probabilmente il processo che trasforma il tempio nel fulcro della vita religiosa, sociale, artistica ed economica indiana, avvenuto nell’epoca Gupta (IV-VI secolo d.C.), attribuisce un ruolo centrale alla danza ed alla figura delle danzatrici, le devadasi (schiave della divinità).
Nel nord dell’India la danza rimane parte integrante del rituale del tempio fino al tardo medioevo. La conquista araba e l’avvento dell’islam è di ostacolo alla pratica che si sposta in corti private, poiché i sovrani e i notabili locali usano invitare musici e danzatrici alle feste e ai grandi rituali religiosi domestici, organizzati in particolari ricorrenze.

Il sud dell’India, protetto dalla scarsa presenza mussulmana e dallo svilupparsi del mecenatismo reale dell’epoca Chola, mantiene più a lungo il rituale nel tempio ed il prestigio delle devadasi. Nell’ottocento quest’arte tradizionale va perdendosi e giunge quasi all’oblio durante l’impero britannico.

E’ soltanto a partire dagli anni venti e trenta, e ancor più  dalla conquista dell’indipendenza nel 1947, che l’India riscopre l’antica arte della danza classica.

Danza classica indiana da Yoga Journal, novembre 2008
di Tiziana Risi

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Categorie: Yoga Hatha